Padre Vincenzo Cilento, l’ultimo grande Umanista

Docente nelle Università di Bari e di Napoli, indagò con raro acume e raffinata dottrina il pensiero greco antico e la filosofia medievale, pubblicando numerose e importanti opere, a partire dalla traduzione, con apparato critico, delle Enneadi di Plotino. Preceduta dalla traduzione della Vita di Plotino scritta dal discepolo Porfirio, la versione cilentiana dell’opera del filosofo di Licopoli, edita in quattro tomi da Laterza tra il 1947 e il 1949, fu la prima integrale in lingua italiana e con le opere successive diede un considerevole contributo alla conoscenza del neoplatonismo.
L’intenso lavoro intellettuale di Cilento, che coniugava acribia filologica e sapienza filosofica, fu molto apprezzato dal mondo accademico e da tutti i cultori degli studi classici e gli valse, oltre a una meritata fama internazionale, la stima grande e l’affetto sincero di Benedetto Croce, che familiarmente lo chiamava Vincenzino. Il dotto barnabita stiglianese per tali meriti entrò a far parte dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia Pontaniana e di molte altre prestigiose Istituzioni Culturali italiane e straniere.
Tutte queste credenziali, però, non sono bastate a far sì che Cilento fosse inserito nel programma di manifestazioni, peraltro apprezzabile per alcuni versi, che è stato proposto nello scorso settembre a Stigliano, quando il suo paese nativo ha interpretato per due giorni, in luogo di Matera, il ruolo di Capitale Europea della Cultura 2019.
Rifuggiamo dal pensare che la nostra sempre più scarna comunità stiglianese si sia rivelata, per dirla con Tacito, “incuriosa suorum”, essendo divenuti i tempi in cui viviamo “tam saeva et infesta virtutibus”. In altre parole, vogliamo tener lontani il sospetto e il timore che la indifferenza verso i propri uomini migliori possa derivare dalla inadeguatezza dei tempi e dalla loro riluttanza alle virtù. Preferiamo credere, invece, che sia stata una semplice dimenticanza, seppur grave almeno secondo la nostra modesta opinione, degli organizzatori dello “storico” evento.
Comunque sia, siamo certi che Padre Cilento nella sua dimora eterna non se n’è affatto rammaricato né adombrato. Per una ragione molto semplice, che risulta ben ovvia a chi lo conobbe. Durante tutta la sua esistenza terrena egli fu schivo e riservato per indole e per educazione. Volle, perciò, rimanere sempre lontano dai clamori della vita esteriore e dal falso luccichio della cultura-spettacolo, che già allora seduceva alcuni intellettuali, o presunti tali, e che oggi purtroppo continua ad esercitare su molti un irresistibile e malefico fascino. Preferì, piuttosto, immergersi nel raccoglimento della preghiera, dello studio e della contemplazione, del tutto simile a quei mistici medievali da lui con rara finezza indagati, che nella “prigione” del chiostro cercarono e trovarono la propria “libertà” interiore.
Era, questo, l’ideale di vita che Cilento aveva sempre vagheggiato, come peraltro testimoniano i versi di Secum morari, un componimento poetico degli anni giovanili: “Solo, fuggir col proprio cuore, solo. / Tutto sentire e rinunziare a tutto, / dimorando con sé, con la solinga / anima: è questo il viver che m’aggrada”.
Facendo propria, dunque, anche la regola epicurea del láthe biόsas, del vivere appartato, diede vita ad una diuturna opera di ricerca e ad una fervida attività speculativa, che, a ripetere le parole da lui usate per le Enneadi, sembrano essere «fasciate di alti silenzi contemplativi». Vide così la luce, tra il 1961 e il 1972, un trittico di opere di grande significato, Trasposizioni dell’Antico, Medio Evo Monastico e Scolastico, Pygmalion, che molto contribuirono alla indagine del pensiero greco antico e di quello medievale.
Né va dimenticata di quel periodo molto fecondo, oltre ai Saggi su Plotino uscito presso Mursia nel 1973, la mirabile Comprensione della religione antica.
È, questa, un’opera che suscitò in noi uno straordinario interesse sin dal primo approccio, quando nel 1967 ci preparammo a sostenere all’Università l’esame di Religioni del mondo classico, ma continuò ad affascinarci nelle reiterate letture seguite nel prosieguo degli anni unitamente allo studio di altre opere cilentiane.
Dopo aver reso omaggio perciò, 16 anni fa, alla memoria di Padre Cilento nell’ambito delle manifestazioni organizzate a Napoli e a Stigliano in occasione del centenario della nascita, ci è parso doveroso ricordarlo ancora nella ricorrenza del 40° anniversario della morte. Questa avvenne a Napoli il 7 febbraio 1980 nella casa dell’amata sorella, dove si era trasferito dal “suo” Collegio “Bianchi”, per essere amorevolmente da lei accudito, in seguito a una improvvisa, grave e lunga malattia.
Quella casa peraltro, come ricordava teneramente la stessa Margherita Cilento in una lettera inviataci oltre venti anni fa e da noi gelosamente conservata, si trasformò prodigiosamente per sette lunghi anni in una vera dependance dell’Università. Lì Padre Cilento ebbe modo di continuare, socraticamente, una indefessa opera di studio e di ricerca con molti suoi discepoli, che, come tutti coloro che avevano avuto il privilegio di conoscerlo e di frequentarlo, ne piansero la dipartita, convinti che con Lui scompariva forse l’ultimo grande Umanista.
– L’intervento del prof. Colangelo è tratto dal suo libro “L’ultimo Umanista. Ricordo di Vincenzo Cilento nel 40° anniversario della morte”. Vito Angelo Colangelo è nato a Stigliano nel 1947 provincia di Matera, dal 2006 risiede a Parma, laureato con lode in Lettere Antiche presso l’Università degli Studi Federiciana di Napoli, ha accompagnato la sua attività di insegnante con un notevole impegno sociale e culturale collaborando, tra l’altro, a quotidiani e periodici. Autore di alcuni saggi di notevole interesse. Dopo “Gente di Gagliano”(1994), un’analisi originale dei personaggi del Cristo si è fermato a Eboli, nel 2003 pubblica “Uno uomo che ci somiglia” sulla vita e le opere di Carlo Levi, e il “Maestro di humanitas” dedicato al grande Barnabita e filosofo stiglianese Vincenzo Cilento e ritenuto meritevole di segnalazione nella XXXIII edizione del Premio Letterario Nazionale Basilicata. Nel 2007 ha ricevuto il Premio Vincenzo Verrastro “per la sua nobile attività educativa e culturale”.

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