Matera, se Borgo La Martella diventa un sogno perduto

Una mattina di sabato, inizio febbraio 2020, camminando per il Borgo La Martella si nota quanto segue: chiusa la Biblioteca comunale Adriano Olivetti, chiuso il teatro Ludovico Quaroni, inaccessibile la Chiesa dedicata a San Vincenzo de’ Paoli.
Strade e alberi che necessitano di manutenzione, varia immondizia scaricata fuori dai cassonetti, fabbricati in stato di abbandono, la parola MATERA vergata sul selciato della parrocchia a cui manca la A, il campo sportivo preda dell’incuria e, dulcis in fundo, la pregevole fontana ormai malridotta in cui però si legge la scritta Unrra Casas 1953.
Quindi il via vai di gente e automobili che si reca allo sportello postale, nel bar e rivendita di alimentari, verso la zona industriale, dentro il moderno agglomerato di case e ville che costeggia il Borgo.
Eppure quest’ultimo fu inaugurato il 17 maggio 1953 da Alcide De Gasperi, sbandierato come un successo del Governo nazionale a pochi giorni dalla data delle elezioni politiche con migliaia di zappaterra e mezzadri pagati 1000 lire ciascuno per apparire sorridenti nei cinegiornali.
Un modello importante di architettura partecipata (quando si poneva un dilemma progettuale i contadini trasferiti dai Rioni Sassi venivano consultati con referendum) ideato e messo in pratica dal sociologo tedesco-americano Friedrich Franz Friedman, Adriano Olivetti, Ludovico Quaroni e Michele Valori e Federico Gorio e Piero Maria Lugli e Luigi Agati.
Obiettivo principale di Olivetti era fare di Matera, compreso Borgo La Martella, un laboratorio comunitario “… costruendo luoghi per restituire dignità e cittadinanza alle persone”.
Pertanto attorno a lui si aggregò una comunità scientifica e di pensiero nazionale e internazionale di altissimo livello: Paolo Sylos Labini e Bruno Zevi, Henry Cartier Bresson e David Seymour, Manlio Rossi Doria, Albino e Leonardo Sacco, Francesco Saverio Nitti e Tullio Tentori, Rocco Mazzarone e Eleonora Bracco, Lidia De Rita e Giuseppe Orlando, Giuseppe Isnardi e Rigo Innocenti.
A fronte dell’ostracismo in capo al potere politico – democristiani che preferivano alloggi isolati perché temevano che i borghi a misura di contadino diventassero cellule comuniste; il Ministero dei Lavori pubblici che per poter dare il via libera al Piano regolatore materano redatto dall’urbanista Quaroni impose l’affiancamento del più “organico” Luigi Picconato; il ministro lucano Emilio Colombo che decretò lo svuotamento dei Sassi dando vita così a un enorme serbatoio elettorale: “Case nuove gratis per tutti!” – fu necessario, per il Borgo La Martella, occupare la Prefettura e di conseguenza mettere in opera servizi fondamentali come posta e asilo nido e strade e scuola e albergo e centro sociale e ambulatorio e il forno: due agenzie del Governo di Roma per novanta giorni litigarono in merito al panificio da costruire (elettrico o a legna) costringendo le donne a percorrere otto chilometri al giorno per portare l’impasto del pane in città. Le abitazioni di due piani, disposte a gruppi, ognuna provvista di stalla, un piccolo giardino e l’orto.
Fulcro del progetto urbanistico di Quaroni per il rurale Borgo era il vicinato. Vale a dire la comunità incentrata sul soccorso reciproco, aiuto morale e materiale che rendeva meno tragica l’esistenza già vissuta dentro e fuori le case grotte. Un nucleo, come indicato da Olivetti, su cui si sarebbe dovuta reggere l’intera organizzazione sociale politica e culturale. Duecento e più famiglie che si raccoglievano nella Chiesa, edificata in fattezze neorealiste al culmine dell’altura con la parete di fondo in vetro perché i riti religiosi fossero aperti a chiunque. Struttura urbanistica inserita nella mostra “9×100=’900” (nove itinerari per cento architetture di qualità del Novecento in Basilicata e Puglia) curata dall’arch. Mauro Saito e organizzata dall’Associazione documentazione e conservazione delle opere del movimento moderno, visitabile fino al 23 febbraio prossimo nello Spazio Murat di Bari.
Poi con l’avvento degli anni Settanta si sviluppano emigrazione contadina, impoverimento dell’agricoltura, fuga dalle terre che colpiscono anche quel sogno denominato Borgo La Martella, frazione del Comune di Matera.
“L’architettura nasce dalla civiltà di un popolo, non dalla fantasia di un professore di disegno.
Da un’industria attrezzata, da scuole serie e selezionatrici, dalla Legge del buon rendimento, dalla ricerca e dall’esperienza, dall’educazione della gente, dalla società degli uomini d’affari, dall’onestà delle imprese, dal desiderio della pulizia, dell’ordine, della vita semplice, da buone e semplici e sensate legislazioni, e da un minino di fede nell’avvenire” ( Michele Valori, professore urbanista e architetto, anno 1949).
Già, la civiltà di un popolo.

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