Italia, basta salari da fame!
 

Gli Editori Laterza Marta e Simone Fana hanno scritto un libro interessante: “Basta salari da fame!”.
Oggi in Italia si guadagna meno di trent’anni fa, a parità di professione, a parità di livello di istruzione, a parità di carriera. Vale per tutti, tranne per quella minoranza che sta in alto. Perché la questione salariale è un pezzo di storia politica che può essere raccontata con le retoriche di chi continua a comandare o dalla viva voce di quanti quel comando lo subiscono sulla propria carne viva.
“Abbiamo quindi deciso – scrivono gli autori – di ripercorrerla, connettendo il filo che lega il passato con il presente, dove il futuro appare una proiezione di un tempo lontano, ma il cui volgere non è affatto scontato. Il nostro punto di partenza è il dopoguerra, quando la frantumazione del lavoro e le condizioni di sfruttamento intensivo, dentro e fuori i settori privilegiati della nuova industrializzazione, erano la norma. Le nostre pagine hanno però come obiettivo la ricostruzione, seppure parziale, di un pezzo della nostra storia attraverso le immagini del passato e i numeri del presente, analizzati con gli occhi di chi crede che una battaglia non combattuta è una battaglia persa in partenza. Ma per lottare bisogna sapersi riappropriare di strumenti teorici e retorici che permettano di avanzare e di costituire un fronte più vasto possibile, sapendo che le condizioni attuali non sono sicuramente favorevoli.
Siamo partiti qualche anno fa con l’idea che l’Italia aveva bisogno di una campagna a tutto spiano contro il lavoro povero in tutte le sue forme, dagli appalti al lavoro gratuito, dai tirocini al demansionamento. Crediamo sia necessario dire senza mezzi termini che nessun lavoratore, neppure part time, può essere povero, può cioè guadagnare meno di mille euro al mese. Niente di rivoluzionario, ma si tratta di un primo obiettivo – per quanto moderato – che sfida l’aumento delle disuguaglianze che dai luoghi di lavoro e non lavoro si estendono a tutta la società.
Siamo fermamente convinti che lo strumento salariale è un meccanismo e non può in nessun caso risolvere da solo molte altre questioni dirimenti, a partire dalla democrazia nei luoghi di lavoro, nell’organizzazione del lavoro, nelle scelte strategiche dell’azienda. Allo stesso tempo, esso non può essere barattato con maggiori livelli di sfruttamento, allungamento dei tempi di lavoro, detassazioni di alcun genere a favore delle imprese. Rimane appunto un pezzo utile da accompagnare ad altre rivendicazioni, come la sicurezza nei luoghi di lavoro la cui assenza provoca oggi circa tre morti al giorno, il rispetto dei contratti vigenti, i controlli contro l’evasione contributiva. In qualche modo bisogna pure iniziare, e crediamo sia importante partire da qualcosa che possa unire la classe lavoratrice nell’obiettivo di stare tutti un po’ meglio, di recuperare una boccata di ossigeno senza il quale la resistenza viene a mancare. I capitoli che compongono questo libro vanno usati come pezzi di un attrezzo, un marchingegno fatto di parti più o meno indipendenti tra di loro che se messe assieme provano a restituire le ragioni di una storia ancora tutta da scrivere, in cui la classe lavoratrice può e deve assumersi la responsabilità di svolgere un ruolo da protagonista e non da comparsa”.

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