Capodacqua, opera pubblica incompiuta costata 50 milioni di euro

La questione Capodacqua riemerge a fine marzo 2018, ultimi documenti disponibili. Infatti l’Avvocatura dello Stato per conto del Ministero dell’Ambiente ricorre in Cassazione per la riforma della sentenza, emessa dalla Corte d’Appello di Roma, che condanna il ministero a pagare 12.652.864,42 euro in favore del Consorzio Terre d’Apulia.
Oggetto del contenzioso i lavori di sistemazione per il bacino imbrifero del Capodacqua con utilizzo delle acque alte negli agri di Gravina in Puglia e Poggiorsini.
In data 30 giugno 2017 i servizi idraulici che dovevano far rinascere questo territorio in provincia di Bari si rilevano nell’elenco delle opere pubbliche incompiute della Puglia: 30.290.197,00 euro di finanziamento totale, 15.000.000,00 per ultimazione infrastrutture, lavori eseguiti al 56,20%.
Forse è interessante raccontare la vicenda Capodacqua. Definita dagli esperti in uso e disuso dei finanziamenti statali e regionali italici “un pozzo senza fine di strutture pubbliche non realizzate integralmente e conseguente spreco di denaro pubblico in terra murgiana?”
Capodacqua si ammira nelle zone di Altamura, Gravina, Poggiorsini, Spinazzola. Un intervento finanziario straordinario, 67 miliardi di lire, in favore del Sud Italia.
Il progetto di bonifica che coinvolge le aree di Capodacqua, Pantano e Maricello è approvato durante il 1985 da Regione Puglia e Agensud.
La gestione viene affidata al Consorzio di bonifica appulo lucano. Nel 1990 il Cipe, comitato interministeriale programmazione economica, sborsa il denaro. Soldi per fare?
Costruire sei piccoli laghi, scavare pozzi a 630 metri che, nel corso dei mesi caldi, devono alimentare gli invasi, edificare la rete per erogare acqua presso gli umani che sopravvivono nei fabbricati e masserie e case coloniche della Murgia barese Alta e Bassa.
Prevista la messa in opera, ante litteram, di un parco eolico. La gara d’appalto per i lavori aggiudicata al gruppo d’imprese Di Battista di Gravina e Intercantieri di Padova.
Trascorsi più lustri, e mai collaudo sarebbe stato fatto, risulterebbe eseguito quanto segue: quaranta chilometri di canali per la rete irrigua completata al 90% unitamente a strade e ponti, quattro laghetti, pozzi dotati di meccanismi per il sollevamento acqua, 500 briglie di contenimento: strutture utili al presunto sviluppo agricolo dell’area, 600 ettari, che interseca Altamura, Gravina, Poggiorsini e Spinazzola.
Del parco eolico, lungo la strada statale n.97 Bari-Spinazzola – all’altezza della stazione Ferrovie dello Stato di Poggiorsini chiusa e abbandonata – in cima a un promontorio si notano tre torri in cemento armato e la cabina elettrica persi nel nulla della zavorra murgiana.
Il tutto in balìa dei predatori di rame e apparecchiature elettriche. Le intemperie e la non manutenzione deturpano, giorno dopo giorno, canali, postazioni idrauliche e il sistema viario asfaltato.
Invece non si placa la diatriba giudiziaria. Che nasce l’anno 1994 allorché la Procura della Repubblica di Bari mette sotto sequestro i lavori del canale Capodacqua. Motivo? Presunte violazioni delle Legge a tutela del paesaggio. Passano tre anni e il Pretore di Gravina (sentenza n.124/1997) afferma che “… non c’è stata alcuna violazione delle Leggi in materia ambientale e paesaggistica”, e predispone il dissequestro del cantiere.
Nello stesso lasso di tempo si registra un provvedimento del Ministero dell’Ambiente. È recapitato d’urgenza ai Comuni interessati dalle attività di procedura idraulica. Ai sindaci non resta che sospendere le concessioni edilizie poiché “… è necessario effettuare la Valutazione di impatto ambientale delle opere”.
I vertici del Consorzio di bonifica appulo lucano, in seguito diventato Consorzio di bonifica Terre d’Apulia, replicano depositando ricorso al Tribunale superiore delle acque di Roma. I giudici romani, a giugno 1999, sottoscrivono il dispositivo pro Consorzio: “… per quella fattispecie di lavori non c’è bisogno della valutazione impatto ambientale”.
D’altro canto le imprese appaltatrici citano a giudizio e ottengono facoltà di pignoramento dei beni proprio del Consorzio. Quest’ultimo controbatte affermando: “Il danno alle imprese non è colpa nostra”, e fa causa al Ministero dell’Ambiente che a sua volta dopo la sentenza in favore del Consorzio emessa dalla Corte d’Appello di Roma si è rivolto alla Corte suprema di Cassazione che, a tutt’oggi luglio 2019, non si è pronunciata.
Tra ricorsi, citazioni, confische, lucro cessante delle imprese, licenziamento di maestranze, parcelle di avvocati e periti, danni ambientali, manomissione e furti di quanto edificato, la cifra monetaria spesa da Stato, Regione, Consorzio e Comuni ha raggiunto i 50 milioni di euro?
Sembra di sì. Per ora.

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