I danni provocati dal consumo disordinato

Black Friday ma anche Natale, San Valentino: qualsiasi occasione è buona per chi soffre di shopping compulsivo. Il comprare a ripetizione, soprattutto abiti, senza averne bisogno. Il venerdì nero degli acquisti superscontati potrebbe essere un venerdì rosso per il portafogli di chi, una volta tornato a casa, si accorgerà di aver comprato cose inutili. Semplicemente per il bisogno compulsivo di accumulare.
Chiamata in molti modi tra cui oniomania (dal greco onios, in vendita), shopaholism, shopping compulsivo, consumo compulsivo, acquisto impulsivo e spesa compulsiva, questa patologia, inserita dal 2013 nel manuale dei disturbi mentali DSM-5, ma riconosciuta dal mondo scientifico da oltre un secolo, colpisce, secondo l’Istat, oltre il 5% della popolazione.
«Lo shopping compulsivo – spiega Massimo Di Giannantonio, ordinario di Psichiatria all’università di Chieti e presidente della Società italiana di psichiatria – da un punto di vista psicopatologico deve essere inquadrato come una vera e propria malattia, una tossicodipendenza. A differenza delle dipendenze classiche che utilizzano sostanze farmacologicamente attive, l’acquisto a raffica viene definito una dipendenza comportamentale. È particolarmente grave e nociva non solo per chi ne è affetto ma per tutta la famiglia. Gli acquisti incontrollati portano a un danno economico anche irreversibile».
Fra i drogati dell’acquisto l’80% sono donne tra i 30 e i 40 anni, di classe sociale media. Comprano per lo più abbigliamento, gioielli e prodotti di bellezza. Il restante 20% raggruppa uomini che spendono per telefonini, computer e attrezzi sportivi.
Le cifre sono destinate a crescere con l’e-commerce, una piazza sicura e al riparo dagli occhi indiscreti e dai controlli di familiari e amici. E così il 70% dei shopaholist è iscritto in media a due siti di e-commerce dai quali ricevono la newsletter, particolare che tende a aumentare le probabilità di sviluppare la dipendenza di shopping del 3,2%.
Dall’America giunge l’identikit del compratore sfrenato che presenta anche altre patologie. L’ansia, per esempio, di dover manifestare uno status sociale o amplificare l’attrattiva, acquistando un nuovo vestito e accessori per ogni occasione. La nevrosi è stata correlata a questa dipendenza.
Gli individui nevrotici essendo in genere ansiosi e depressi, possono usare lo shopping come mezzo per ridurre i loro sentimenti negativi. La disistima è un’altra spia della patologia, poiché le persone con una bassa considerazione di loro stesse sono preda di azioni di marketing: comprare un prodotto renderà la vita migliore o acquistare questo oggetto migliorerà la tua immagine. Anche la depressione convive spesso con la dipendenza da shopping.
Diversi studi hanno messo in correlazione la dipendenza da shopping con un disequilibrio tra il sistema della serotonina, della dopamina e degli oppioidi endogeni, mediatori fondamentali per il corretto funzionamento dei processi di gratificazione, la cui vulnerabilità potrebbe determinare un alterato funzionamento dei centri del piacere.
Per identificare i segnali della sindrome da shopping compulsivo gli studiosi dell’Università di Bergen hanno realizzato un test composto di sette domande a cui è possibile rispondere con un numero che va da zero (non sono d’accordo) a quattro (sono d’accordo). Se si assegna un valore pari a tre o quattro ad almeno quattro domande, si è in presenza della dipendenza.
Le persone specializzate che possono curare questa patologia sono gli psichiatri che hanno una competenza di tipo farmacologico, psicoterapeutico e comportamentale riabilitativo.
«L’impossibilità di controllare lo stimolo a comprare – conclude Di Giannantonio – unita al desiderio spasmodico di accondiscendere alla dipendenza ha portato alla sperimentazione di terapie neuromodulatorie”.

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