Matera 2018, una bella canna fumaria sul muro di vico Lombardi

Il manufatto è visibile all’esterno di una casa. Agganciato,con due tiranti, al muro. Trovasi nei pressi di Vico Lombardi, arteria importante del Rione Barisano.
Dovrebbe essere una canna fumaria. Per l’ennesima attività di pizzeria, kebaberia, ristorante, braceria, piadineria, paninoteca, panzerotteria, friggitoria che dal 2014 pullulano dentro e fuori la città storica di Matera, nominata quattro anni fa capitale europea della cultura per l’anno 2019? A pochi metri di distanza operano altri due ristoranti con tavolini e pedana collocati sopra il viottolo antico.
Una bella canna fumaria che, senza dubbio, rientra nel Regolamento comunale per la Disciplina dell’arredo urbano nei Rioni Sassi riconducibile alla Legge n.771 del 24 novembre 1986 Conservazione e recupero dei Rioni Sassi di Matera (finanziamento statale di 100 miliardi di lire) che stabilisce “Le canne fumarie per il tiraggio forzato riutilizzeranno le canalizzazioni di camini preesistenti o canne fumarie dismesse, le modalità di realizzazione degli scarichi sarà in ogni caso conforme al Dpr 412 del 1993, modificato dal Dpr n.551/99, ed alle N.T.A.”.
Il Consiglio comunale materano il giorno 27 novembre 2012 approva modifiche al Regolamento sopradetto (ratificato con provvedimento n.37 dell’8 aprile 2002) ordinando, in merito al Risanamento conservativo, quanto segue: “Nel caso di realizzazione di nuova canna fumaria, alle prescrizioni di cui al precedente articolo n.5 va aggiunta la valutazione dell’impatto visivo e ambientale del nuovo manufatto”. Molto bene.
A proposito della trasformazione, nel corso degli ultimi vent’anni, delle città storiche italiane e dei Sassi di Matera “Straordinario complesso di architettura rupestre unico al mondo, ai piedi dello sperone roccioso su cui sorge la Matera medievale e barocca” (Antonio Cederna, 1988) forse è utile rileggere quanto scritto ultimamente da Pier Luigi Cervellati, architetto e urbanista già Docente di restauro recupero e riqualificazione urbana presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna e Facoltà di Architettura dell’Università di Venezia.
Ecco: “La Città storica è morta. È diventata un popoloso deserto. La si cita sempre meno e le poche volte che lo si fa si preferisce parlare di «centro», un termine vecchio e sbagliato. Le Leggi aggiornate o rifatte (con eccezione della Toscana) la Città storica la ignorano. In molti dei nuovi piani essa non viene più perimetrata. Sempre meno abitata, è l’unica parte dell’aggregato urbano frequentata, bistrattata, storpiata, usata da un turismo che si vuole aumentare. L’epidemia dei bed & breakfast infesta alloggi storici monumentali e popolari. L’esplosione dei mini market e similari cancella le botteghe. Gli artigiani sono sempre più rari e le boutique sopravvivono con il turnover/scambio d’investimenti spesso poco trasparenti.
Dilaga insomma il turismo di rapina («È una rapina edilizia ma la chiameremo turismo di massa», scriveva, ad esempio, Antonio Cederna nel 1983 sulla «Nuova Sardegna») che impone eventi, mostre effimere e movida, tutto per calamitare gente.
Dalla città d’arte alla post-città shopping center; dalla fiera del tortellino e della mortadella, alternata con tre giorni di filosofia o di storia, alla città resort o luna park dei poveri è un inno continuo alla valorizzazione del patrimonio. Ma chi lo tutela, il patrimonio?
I Comuni sono assetati di denaro e accettano volentieri il cambio di destinazione d’uso e i nuovi interventi. Le soprintendenze boccheggiano; unificate, condensano in una sola persona competenze che vanno dall’archeologia alla botanica, all’architettura, alla pittura, al paesaggio, all’incunabolo… Eppure la città storica, se studiata e tutelata, può diventare il paradigma della città metropolitana italiana del XXI secolo. La sua presenza storica non aveva un centro e tanto meno una periferia. La sua struttura, basata sulle parrocchie e articolata in quella che oggi si direbbe la location dei conventi, potrebbe essere la base organizzativa della città metropolitana in Italia. Nella consapevolezza che l’innovazione è nella tradizione.
Invece il liberismo in urbanistica genera periferia, consumo di suolo, privatizzazione dei luoghi paesaggisti e dei monumenti, degrado e crisi economica. Impedisce la partecipazione e di conseguenza una corretta pianificazione. Non è un caso che in Italia, da quando sono state attribuite a undici città capoluogo il ruolo di «città metropolitana», nessuna di loro ha formulato ipotesi o bozze di piano o principi metodologici, di organizzazione del territorio «metropolitano».
Altro che rigenerazione urbana”.
Qui le foto scattate l’altro ieri in Vico Lombardi.

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