“Era mio padre”, il nuovo libro di Dova Cahan

La parola e l’immmagine testimoni e strumenti formidabili della memoria. Ecco l’ultimo lavoro di Dova Cahan, un testo dedicato al tema del ricordo: “Un Askenazita tra Romania ed Eritrea” (GDS Edizioni).
Dova Cahan è nata a Bucarest nel 1947. Quando aveva appena sette mesi la sua famiglia si trasferisce in Eritrea. Ad Asmara trascorrerà i primi vent’anni della sua vita, e quell’esperienza lascerà un solco indissolubile nella sua formazione di ragazza e di donna. Il libro è però tutto dedicato alla figura del padre: Herşcu Şaim Cahan (1912-1974), pioniere sionista che decise di emigrare dal suo Paese d’origine – la Romania, appunto – all’inizio della dittatura comunista, dirigendosi verso la ex colonia italiana dell’Africa orientale, dove rimarrà fino al giorno della sua morte.
È una storia affascinante, quella di Herşcu: dai tentativi di fare alyha in Erez Israel al riparo in Eritrea dove, dopo varie esperienze nel mondo degli affari, fonda una fabbrica di carne kasher. Forte in questo campo imprenditoriale il suo legame culturale e commerciale con l’Italia essendo egli il produttore della rinomata carne in scatola per l’esportazione “Montana”. Membro della comunità ebraica in Eritrea, ne diventa il rappresentante nel Congresso Sionista.
I ricordi di bambina, il mondo filtrato attraverso gli occhi di una figlia mentre sullo sfondo cambiamenti epocali cambiavano il mondo. Un racconto tenero e appassionato, ma anche un documento rigoroso che ricostruisce la storia di un uomo buono, fervente sionista, organizzatore del movimento della gioventù ebraica, “Hanoar Hazioni”, impegnato nel salvataggio degli ebrei perseguitati in Romania.
“La scelta di andare lì, in Eritrea – spiega Cahan – era stata presa da mio padre già dalla Romania, nel caso gli inglesi non ci facessero restare in Palestina. Infatti, allo scadere del nostro visto turistico, verso la fine di febbraio del 1948, le autorità britanniche vennero a cercarci in albergo, ci notificarono il foglio di via e ci caricarono su una macchina militare. Fummo espulsi”.
“Ad Asmara – prosegue Dova – viveva già dal 1944 mia zia Lea, sorella di mio padre che era andata nel 1936 a Gerusalemme, dove lavorava come infermiera in un ospedale. Lì aveva conosciuto il suo futuro marito, un giovane ebreo polacco che era stato inviato dai suoi genitori in Palestina a continuare gli studi iniziati a Berlino e cessati in seguito alla “notte dei cristalli”. Finiti gli studi, questo giovane di nome Boris Gwircman si arruolò nella polizia britannica e fu mandato in missione in Eritrea. Per questo motivo siamo arrivati in Eritrea… grazie al visto fattoci avere dallo zio Boris. “Le cose terribili della Shoah erano per me lontanissime dalla realtà di una ragazza che aveva trascorso la sua infanzia ad Asmara: sì, sapevo dell’Olocausto e di ciò che era accaduto a mia zia Mina. Mia madre non ha mai voluto dirmi se in Romania avesse dovuto portare cucita sugli abiti la stella gialla”.

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