Il mutamento tecnologico che distrugge lavoro e professioni

Al suo apice la multinazionale di fotografia Kodak valeva 28 miliardi di dollari e impiegava 140 mila persone. Instagram, che risponde alla medesima esigenza di condividere foto, aveva 13 dipendenti quando è stata venduta per un miliardo. Ma non è stata valutata così tanto perché quei tredici sono straordinari. Il suo valore nasce invece da milioni di utenti che contribuiscono al network senza essere pagati.
Negli anni 80 General Motors impiegava 350 mila persone, oggi Facebook meno di 7.000. Eccetera
Ingenuo credere che i restanti si siano tutti riciclati come web designer. Il grosso si è semplicemente scomparso. A New York le librerie indipendenti sono state prima decimate dalle grandi catene. Ora quest’ultime sono fatte fuori da Amazon che si può permettere gli sconti grazie alle sue enormi economie di scala e per un flusso di cassa che gli permette di andare avanti con margini bassissimi, nel frattempo schedando il cliente meglio di chiunque altro, per poi vendergli di tutto.
Lo studioso americano Lanier lo definisce – come Google e Apple – un «server sirena», ovvero gruppi di computer connessi in rete che attraggono grandi numeri di utenti, accumulando e analizzando dati dettagliatissimi sui comportamenti online, senza però riconoscere loro alcun valore economico.
Ad esempio i traduttori. «Le loro prospettive finanziarie si assottigliano di giorno in giorno. Ma se Google Translate migliora a vista d’occhio lo deve al fatto che il suo algoritmo si ciba di traduzioni esistenti, prodotte da esseri umani, e poi le incrocia con le frasi da tradurre».
La torre d’avorio dei docenti universitari è sotto assedio. «Intendiamoci, è bellissimo che un bimbo africano possa seguire online una lezione di Stanford sulla piattaforma Coursera. Però, se un singolo docente può servire una classe virtuale di diecimila studenti, cosa resterà da fare per i suoi colleghi meno richiesti?». La rete polarizza il mercato e lo spinge verso un modello. Poche star prendono quasi tutto e alla classe media restano fette sempre più striminzite. Schizofrenia, oppure miopia.
Il discrimine, per Lanier, è semplice: «Un lavoro è tale quando dai suoi proventi si può crescere un figlio. Perciò non ci casco quando ribattono alla tesi che internet ci impoverisce citando le star che YouTube avrebbe creato. Per una Jenna Marbles che, da zero, è diventata una celebrità insegnando alle ragazze a truccarsi, ce ne sono milioni che non battono chiodo. A forza di sentir ripetere questa bugia mi sono messo a censire i musicisti hip hop che sbarcano il lunario grazie alla rete. Nel mondo ne ho trovati 250. Un’inezia rispetto ai posti distrutti».
I proprietari dei computer più potenti si affermeranno come l’unica élite rimasta. Dimenticate per un attimo il web e concentratevi sulla finanza e l’high frequency trading, per cui il 60-70 per cento delle transazioni vengono effettuate in nanosecondi dagli algoritmi.
«Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie. Oppure Warren (omaggio al miliardario Buffett), un programma che comincia a prendere il posto degli analisti di Borsa meno esperti. E poi TurboTax, che toglie il pane di bocca ai commercialisti che ci fanno il 740.
Oppure quei programmi che riassumono per gli avvocati migliaia di pagine di documenti.
Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali.
Il cambiamento tecnologico dominato dal capitale è un fenomeno globale. E il capitale oggi significa computer, software, robot, che spesso permettono di servire mercati sterminati con pochissimo lavoro. Chi possiede le versioni più potenti di quel capitale e molti di coloro che con esso lavorano, saranno sempre più ricchi. La classe media sta già pagando il prezzo più alto di questa transizione.
Come se ne esce? Dice Jaron Lanier: «Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario».
In pratica? «Si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza». Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni. In teoria non fa una piega, in pratica non sarà una passeggiata di salute. Lanier conosce benissimo i limiti di applicabilità della sua idea: «Stiamo ragionando su astrazioni. Credo che fondamentale sia rompere l’incantesimo in cui siamo stati intrappolati sino a oggi. Fatto quel passo, la soluzione si troverà».
Comunque i mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso. Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.
Chi vivrà, vedrà.

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