Cassazione,reato usare le foto altrui su proprio profilo Facebook

Chi utilizza l’immagine di un’altra persona come foto del proprio profilo Facebook, rischia una condanna per il reato di sostituzione di persona.
Sul punto si è pronunciata la quinta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4413/2018, con la quale ha confermato ad una trentenne di Pordenone la pena patteggiata innanzi al G.U.P. di 15 giorni di reclusione – convertita in una multa da 3.750 euro (da corrispondere in 30 rate mensili) – per il reato contestatole ai sensi dell’articolo 494 del Codice Penale: avere utilizzato, per il proprio profilo Facebook, la foto di un’altra persona.
Inutilmente l’imputata aveva fatto ricorso in Cassazione, deducendo la nullità dell’accordo fatto fra lei e il pubblico ministero.Secondo la difesa, infatti, erroneamente il giudice non aveva consentito di revocarlo a seguito della possibilità sopravvenuta, stante la pronuncia della Corte Costituzionale n. 201/2016 di richiedere, con l’atto di opposizione al decreto penale, la sospensione del procedimento per la messa alla prova.
Il giudice non aveva concesso il richiesto termine a difesa e aveva, invece, accolto l’istanza subordinata, sulla quale si era formato il consenso con il pubblico ministero, di ripartire il pagamento della multa in 30 rate, piuttosto che nelle 18 dell’originario accordo.
Per la Cassazione però, il decreto non era nullo perché emesso prima della sentenza con la quale la Corte costituzionale aveva dichiarato l’illegittimità dell’articolo 460 comma 1, lettera e c.p.p., per la parte in cui non prevede che il decreto penale di condanna contenesse l’avviso della facoltà per l’imputato di chiedere la sospensione per messa alla prova.
Un’opportunità che – chiarisce la Cassazione – la ricorrente avrebbe comunque avuto, Consulta a parte, visto che l’istituto della messa alla prova è stato introdotto con una legge del 2014, la numero 67, e dunque da tempo già in vigore.
Inoltre, nel caso concreto, l’istanza della difesa, di revoca del consenso al patteggiamento, non si era fondata sulla esplicita richiesta di sospensione del processo per la messa alla prova, ma solo sulla richiesta di un termine a difesa per valutarne la convenienza.
Alla ricorrente non resta che pagare la somma stabilita, nelle 30 rate accordate dal Pm al posto delle 18 originarie, a cui si aggiungono le spese del processo.
La Cassazione si era già espressa più volte sulla questione dei profili falsi, dei doppi profili e delle molestie su Facebook.
Con la sentenza n. 9391/14 ha condannato una donna che aveva aperto su Facebook un profilo con un nome di fantasia e, attraverso tale account, aveva molestato un’altra persona.Con tale pronuncia la Corte aveva avuto modo di chiarire che chi crea un profilo falso su Facebook, utilizzando un nickname inesistente per occultare la propria identità e poi molestare altre persone in chat, commette reato di sostituzione di persona.
Gli Ermellini, si sono occupati della configurabilità del reato di sostituzione di persona commesso tramite internet anche nella sentenza n. 25774 del 2014, affermando che integra il delitto di cui all’art. 494 c.p., la condotta di colui che crei ed utilizzi un profilo su social network, utilizzando abusivamente l’effige di una persona del tutto inconsapevole, al fine di comunicare con altri iscritti e di condividere materiale in rete.
La peculiarità del caso di specie risiede nella condotta contestata all’imputato, reo di aver creato ed utilizzato un account su un social network con un nickname di fantasia, associandolo tuttavia all’immagine di un’altra persona.
Ad avviso della pubblica accusa e della Corte, tale contegno sarebbe sufficiente per attribuirsi l’identità della persona offesa, inducendo altresì in errore coloro i quali comunichino con il “falso” profilo tramite chat.
Con l’avvento delle nuove tecnologie il reato di sostituzione di persona è un illecito che è sempre più in aumento, per questo la giurisprudenza si sta interrogando sempre più frequentemente sulla possibilità di interpretare estensivamente le tradizionali fattispecie di reato a fronte di nuove forme di aggressione per via telematica dei beni giuridici tutelati.L’evoluzione tecnologica ha infatti consentito la diffusione spesso incontrollata di informazioni a grandi distanze, con la conseguenza di favorire la commissione di reati, che la giurisprudenza si dà carico di ricondurre nell’alveo delle fattispecie previste dalla parte speciale del codice penale.

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