Sciopero dei docenti universitari contro blocco scatti salariali

Ha avuto inizio il blocco degli appelli in oltre settanta università italiane. Saranno almeno 5.444 professori e ricercatori ad incrociare le braccia sino al 31 ottobre prossimo.
“Ma ci attendiamo un’adesione ben più massiccia”, afferma Carlo Ferraro, decano del politecnico di Torino, voce del Movimento per la dignità della docenza universitaria che ha dato vita alla mobilitazione. Una protesta inedita, clamorosa.
Le adesioni più alte a Pisa con 264 adesioni, Bologna (258), nelle università milanesi (382 firmatari all’appello tra Statale, Politecnico e Bicocca) e a Bari (162).
La questione principale è nel blocco degli scatti stipendiali per i dipendenti pubblici (tranne i magistrati) per cinque anni dal 2011.
Da gennaio 2015 sono stati sbloccati nel pubblico impiego con la sola eccezione degli universitari, che se li sono visti riconoscere dal 2016. In più è mancato il riconoscimento ai fini giuridici, con conseguenti effetti sulla pensione, del quadriennio 2011-2014.
La protesta era partita tre anni fa, 14mila firme spedite al presidente Sergio Mattarella, presìdi nei rettorati sino al rifiuto di rendere disponibili i propri lavori scientifici per la valutazione.
“Siamo arrivati allo sciopero dopo essere rimasti inascoltati per anni”, dice Carla Cuomo, coordinatrice della mobilitazione all’ateneo di Bologna. Ferraro frena sui danni creati agli studenti: “Un disagio ci sarà. Ma abbiamo chiesto agli atenei di garantire un appello straordinario nel caso ci sia una sola possibilità nella sessione di dare esami. E di venire incontro a chi si deve laureare”.
“Non stiamo chiedendo aumenti di stipendi, ma che non venga penalizzata l’anzianità di servizio», spiega Laura Calzà, ordinario di Anatomia veterinaria, allieva di Rita Levi Montalcini.
“È vergognoso che la nostra categoria sia così bistrattata, mi sconcerta il silenzio della ministra, che aveva promesso un impegno sulle nostre richieste. Da docente la maggiore preoccupazione è sulle ricadute che il mio sciopero avrà sui ragazzi, cercherò di tenere insieme le due necessità”.
La ministra Valeria Fedeli a metà luglio aveva bocciato le modalità della protesta (“invito i professori a trovare forme differenti per manifestare il proprio dissenso”). Ma aveva anche promesso: “Stiamo lavorando, e mi sto impegnando in prima persona, per lo sblocco degli scatti di stipendio ai docenti universitari. L’obiettivo non è solo individuare, nella legge di Bilancio, i punti cardine per incrementare i finanziamenti al mondo della ricerca, ma anche destinare investimenti mirati a chi opera all’interno delle università”.
I docenti contestano un tavolo di trattativa fermo: “Nessuna risposta alle nostre proposte nel merito, su elementi concreti»”.
L’astensione riguarderà solo il primo degli appelli previsti nella sessione autunnale che va dal 28 agosto al 31 ottobre.
Nelle Facoltà dove è previsto un solo appello dovrebbe esserne garantito uno straordinario entro 14 giorni. La richiesta, da parte degli stessi docenti agli Atenei, è anche quella di essere flessibili sulle verbalizzazioni per non danneggiare chi deve presentare domanda di laurea.
Sciopero condiviso nelle motivazioni, ma “che danneggia noi che siamo la parte debole”. Pur con sfumature, è questa la reazione degli studenti universitari. “Riteniamo le rivendicazioni più che legittime, considerata l’inconsistenza degli interventi statali. Tuttavia, crediamo che l’astensione dagli esami di profitto sia uno strumento di protesta estremamente sbagliato – scrive l’Unione degli universitari – Questa modalità di protesta rischia di produrre una spaccatura nell’università, invece di creare la coesione necessaria a rilanciare le rivendicazioni contro i principi delle riforme che hanno ridotto l’università allo stato disastroso di oggi”.

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