Quando la musica di Samuel Barber supera e cura il dolore

Ho sempre creduto di aver bisogno, intorno a me, di una circonferenza di silenzio.

«Ho sempre creduto di aver bisogno, intorno a me, di una circonferenza di silenzio. Per quanto riguarda ciò che accade quando compongo, davvero non ho la più pallida idea.Scrivo quello che sento. Non sono un compositore a disagio, in lotta con me stesso. Dicono non abbia uno stile mio, ma non importa. Vado a fare, come si suol dire, la mia partita. E credo che questo richieda un certo coraggio».Parole di Samuel Barber(West Chester 1910-New York 1981).Inizia a scrivere musica a sette anni. E a 26 compone il famosisimo " Adagio for strings", che segna per sempre la sua vita di musicista. 
E' l'anno 1936, dunque la seconda guerra mondiale non è ancora iniziata, anche se l’Europa è sull’orlo del conflitto: Hitler ha già spento la democrazia in Germania e si prepara a invadere la Polonia. 
 Barber non sapeva all'epoca che il suo Adagio sarebbe stato usato da Oliver Stone nel 1986 per il film "Platoon", capace appunto di denunciare la “sporca guerra” del Vietnam, con la funzione di sottolineare i momenti più forti della pellicola.
Il compositore americano aveva scritto innanzitutto un Quartetto. Dal secondo movimento di questo Quartetto, Molto Adagio-- che si può ascoltare anche nella versione originale cameristica su "YouTube" in un’interpretazione del Quatuor Debussy--Barber ha tratto un arrangiamento per orchestra d’archi, eseguito per la prima volta da Arturo Toscanini con l’Orchestra sinfonica della NBC Synphony il 5 novembre 1938, a New York.
 Nel 1968 Barber ha trascritto il pezzo per coro a otto voci, abbinandogli il testo dell’Agnus Dei.Forse è questa la vetta più alta che Barber ha raggiunto.  
 Un brano importante e faticoso di Samuel Barber: ha scritto il dolore sul pentagramma del suo Adagio, già con una fortissima connotazione drammatica tra le note quartettistiche dell’Opera n.11.
 Ogni volta che la commozione deve avere il sigillo dell’arte, e non la banalità delle parole, dev’essere sublimata e strappata dalle miserie degli uomini.Ecco che Samuel Barber dischiude la sua partitura e  incanta. 
Perché ci sono musiche marchiate a fuoco. E associate alle immagini, assumono significati che vanno oltre il significante.
Ascoltare la composizione di Barber, sin dalle prime battute del pianissimo in crescendo dei primi violini (con la precisazione in partitura di “espressivo cantando”), dà la sensazione che la musica entri nell’anima. 
Nel senso che la progressione dei violini, sostenuta a distanza di tre battute da viole, violoncelli e contrabbassi, è stupefacente per la capacità di gonfiare il cuore di chi ascolta, predisponendolo a una sensazione quasi di sospensione delle facoltà mentali e intellettive, come in una sorta di catarsi sonora che supera il momento di smarrimento e lascia sospesi, immobili, in una dimensione altra.
 Una musica, questa, che ha in sé  una cifra stilistica non necessariamente triste (non esistono musiche tristi o gioiose, ma solo modulazioni armoniche, particolari successioni di toni e semitoni, o forme modali che inducono, suggeriscono, uno stato d’animo piuttosto che un altro), ma che per qualche magico motivo si sintonizza sulle nostre corde più dolenti. 
Più che descrivere il dolore lo accompagna, anzi più che accompagnarlo lo supera, lo sublima, lo depotenzia, lo rende sterile, innocuo. 
Conduce oltre.
Deve avere visto e sentito questa forza il regista americano Oliver Stone, quando ha scelto la musica di Barber per raccontare il Vietnam. Se riguardate più volte la sequenza del film “Platoon” nella quale entrano gli archi dell’Adagio, avvertirete che non è intesa e pensata da Stone come una colonna sonora del dolore, ma come una carezza che è già la cura, come una voce che invita a riflettere sulla guerra e in quel momento è già liberatoria. Già  accompagna oltre la barbarie, facendo comprendere la follia e dunque avendone coscienza per superarla.
 Questo è l’obiettivo dell’arte. Dunque la musica, la pittura, la poesia,la scrittura rende il genere umano migliore: perché con la loro grandezza salvano le miserie quotidiane.

Stefania De Robertis

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